Una bussola d'oro per orientarsi nel destino - uno sguardo alla trilogia "Queste oscure materie"

Presto uscirà un nuovo romanzo di Philip Pullman ambientato nello stesso universo narrativo della trilogia "Queste oscure materie". Io lessi il primo romanzo della serie, "La bussola d'oro", a 11 anni; allora mi appassionai alla storia e ai personaggi, che mi affascinarono come nient'altro prima. Ma in "Queste oscure materie" c'è molto di più.


Analizzare tutto il tessuto simbolico di questa trilogia fantasy in un solo articolo del blog sarebbe impossibile. Per adesso mi limiterò ad analizzare uno degli elementi che mi ha affascinato di più, fin dalla prima volta in cui "La bussola d'oro" mi capitò tra le mani. Si tratta del concetto di daimon.
Ne "La bussola d'oro" l'autore immagina un mondo in cui ogni essere umano è affiancato da una creatura in forma animale di sesso opposto al proprio; un daimon, per l'appunto.
Il termine usato da Pullman, daimon (in inglese daemon), è una trascrizione dal greco δαίμων, letteralmente “divinità”, “dèmone”, “nume tutelare”. Questi daimon in forma animale possono essere accostati all'antico concetto di demone guida.
Si tratta di una figura molto antica e la si può riscontrare per la prima volta nei testi platonici, già a partire da un’opera di stampo puramente socratico quale è "L’apologia di Socrate". Di fronte al tribunale che lo accusa, in effetti, Socrate parla di una voce di origine divina che lo distoglie dal commettere cattive azioni. Gli attributi che vengono ad essa correlati sono θεῖον e δαιμόνιον, che dunque la qualificano come un qualcosa di origine divina. E, in effetti, sembra che proprio su questa base si fondassero le accuse di empietà mosse a Socrate da Anito e Meleto, i quali affermavano che il filosofo volesse introdurre ad Atene nuove divinità.
Ancora Socrate, nel dialogo platonico "Fedone", approfondisce ulteriormente il concetto di demone guida, arricchendolo di nuove accezioni:
A questo proposito si racconta che, alla morte di ciascuno, il rispettivo demone che l’ha avuto in sorte da vivo si affretti a condurlo verso il luogo dove sono raccolti coloro che, dopo esser stati giudicati, devono recarsi nell’Ade guidati da colui al quale è stata affidata la missione di condurli da questo mondo. Ma quando ciascuno là ha ricevuto la propria sorte e vi è rimasto il tempo necessario, dopo un lunghissimo periodo un’altra guida lo riporta indietro fino a qui.
Qui il daimon, il demone, è chiaramente un'entità incaricata di accompagnare l'uomo, nella vita e nella morte. La stessa storia è raccontata in modo più esteso e approfondito nel quinto libro della "Repubblica" di Platone, nel celebre mito di Er:
Parole della vergine Lachesi figlia di Necessità: anime effimere, comincia un altro periodo di vita mortale, preludio di nuova morte. Non sarete scelti da un demone, ma voi sceglierete il demone. Il primo designato dalla sorte scelga per primo la vita cui sarà legato per necessità. [...] Dopo che tutte le anime ebbero scelto le vite, nell’ordine in cui erano state designate si presentavano a Lachesi. Lei assegnava a ciascuno il demone che questi si era preso come guardiano nella vita e adempimento al destino scelto. Questo per prima cosa guidava l’anima da Cloto, sotto la sua mano e il giro del suo fuso, a confermare il destino scelto dopo il sorteggio. E dopo averla toccata di nuovo la conduceva alla trama di Atropo, rendendo il tessuto del destino inalterabile dopo la filatura.
Qui si parla esplicitamente di δαίμων, e come riferimento a questa entità vengono usate le espressioni φύλαξ, “guardiano” e ἀποπληρωτὴς τῶν αἱρεθέντων, “adempitore del destino scelto”.
Da questo passo appare un demone che non solo è una guida saggia affiancata all’uomo nel suo percorso di vita, ma che ne rappresenta il destino stesso. È, nello stesso tempo, frutto di una scelta compiuta dall’anima e ciò a cui l’anima deve tendere per la massima realizzazione di sé. Il daimon platonico racchiude la natura più profonda di ciascuno e la radice di ogni sua scelta.
In questa dimensione, necessità e libero arbitrio si trovano conciliate. L’uomo è dotato di una natura e il suo compito è realizzarla al massimo delle proprie possibilità. Ma questa stessa natura è, insieme, figlia e madre di scelte, già compiute e da compiersi. La libertà si realizza nell’ambito di un destino il quale, a sua volta, è stato frutto di una libera scelta. La vera libertà consiste, allora, nella possibilità di realizzare al meglio la propria individualità e il proprio destino.
Al crocevia tra necessità e libertà, tra natura e cultura, tra celeste e terrestre si trova l’uomo. E il crocevia è rappresentato dal demone, entità di natura divina ma il cui compito è segnare il passo sulla terra.
Questa stessa sfaccettatura di accezioni riguardo al concetto di daimon si può ritrovare anche nell’opera di Pullman. Pantalaimon è, per Lyra, una sorta di coscienza che ammonisce la bambina ogni volta che si trova di fronte a una scelta. Proprio come la voce divina di cui parla Socrate nella sua apologia in tribunale. Ma, d’altra parte, la forma definitiva che il daimon di ognuno assume rappresenta una traccia, un indizio sulla natura più profonda della persona.
Un altro richiamo, più recente, sottostà al concetto di daimon così come appare nella trilogia Queste oscure materie. Nel pensiero di Jung, la psiche è considerata come duale, e questa dualità vale anche in ordine ai generi biologici. Pertanto, ogni uomo ha in sé anche un principio femminile, chiamato Anima, e ogni donna ha in sé un principio maschile, chiamato Animus. Fondamentale è il dialogo che tutti devono intrecciare con questa parte della propria psiche durante il processo di individuazione e realizzazione del Sé. L’Animus/Anima diventa così un interlocutore a cui porre domande per risolvere le difficoltà relazionali.
E proprio questo dialogo è una costante del rapporto tra Lyra e Pantalaimon, così come tra tutti gli altri esseri umani e i propri daimon all’interno della saga. Anzi, il primo dialogo del primo capitolo della "Bussola d’oro", quindi il primo dialogo in assoluto che ci fa sentire le voci dei personaggi, è un dialogo tra Lyra e Pantalaimon. E lo stesso vale per l’ultimo dialogo che conclude "Il cannocchiale d’ambra".
Il concetto di daimon è stato presentato anche da un allievo della scuola di psicologia analitica come James Hillman, che si serve proprio di questo termine. Hillman riparte dal mito di Er per suggerire l’esistenza di un daimon accanto a ogni essere umano; daimon che, nel corso della storia, è stato chiamato con vari nomi: vocazione, destino, o anche carattere. Il daimon è, in quest’ottica, ciò che sta dietro quelle scelte non sempre comprensibili che tuttavia determinano l’esistenza di ognuno.
Alla luce di quanto detto finora, tra Pullman, Platone, Jung e Hillman, è possibile, e forse naturale, porsi la domanda che discende da questo intrecciarsi di posizioni e letture: in che misura io coincido con il mio destino?
Una finzione narrativa che si fa istanza teorica e filosofica, dunque, e con tutto il suo portato va a costituire una delle stelle fisse del complesso universo simbolico della trilogia "Queste oscure materie".

Suggerimenti bibliografici:
HILLMAN JAMES, Il codice dell’anima. Carattere, vocazione, destino, Adelphi, Milano 1997
JUNG CARL GUSTAV, L’io e l’inconscio, Bollati Boringhieri, Torino 1977
MONTANARI FRANCO, Dizionario della lingua greca, Loescher, Torino 2004
PLATONE, Platonis Opera, edizione a cura di John Burnet, Oxford University Press, Oxford 1903

Per evitare problemi di copyright le traduzioni dal greco in questo articolo sono mie.

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