Magia nell'antichità: amore e morte nell'incantesimo di Simeta

Le streghe esistono da tempi molto antichi, da prima ancora che qualcuno si incaricasse di cacciarle. Teocrito, un poeta di lingua greca nato a Siracusa attorno tra la fine del IV e l'inizio del III secolo a.C., in un idillio descrive il rituale di una giovane donna, maga improvvisata, che cerca di riportare a sé l'amato che l'ha abbandonata.

Si tratta di uno dei più famosi testi dell'ellenismo, un mimo urbano intenso e struggente per il suo significato. Il poeta dà voce a Simeta, che recita un incantesimo alla Luna e alla dea Ecate (di solito identificate l'una nell'altra, qui distinte) insieme alla serva Testili. Simeta, distrutta nello spirito dall'abbandono del suo uomo, è confusa in ciò che chiede alla dea: ora auspica la morte del fedifrago Dafni, ora vorrebbe solo che lasciasse la sua nuova amante e tornasse da lei.
I vari passaggi dell'incantesimo sono descritti con precisione, passo passo, intervallati dal racconto, che Simeta rivolge alla dea, della storia d'amore dall'inizio alla sua amara fine. La conclusione dell'idillio è all'insegna della rassegnazione: la donna non crede davvero che l'incantesimo funzionerà e sa che nel futuro continuerà a soffrire.
Questo testo mi ha colpito fin dalla prima volta in cui l'ho incontrato sui libri di scuola. Si potrebbero dire tante cose su questo mimo, più o meno specifiche. In questa sede vorrei citarlo solo come esempio di un antico rituale magico, in cui una donna si rivolge alle antiche dee lunari per risolvere un problema che la opprime. Anche a testi di questo tipo mi sono ispirata per descrivere gli incantesimi delle streghe nel mio urban fantasy "La musa della notte". Trovo affascinanti questi antichissimi riferimenti alla magia e alla dea (o, in questo caso, alle dee) della luna come garanti per la buona riuscita di un incantesimo.
La traduzione, per comodità, è quella che si può leggere sul sito di Studia Humanitatis, a cura di B. M. Palumbo Stracca.


Dove sono i rami d’alloro? Portali, Testili. Dove sono i filtri?

Con la benda di lana purpurea inghirlanda la coppa,

ch’io possa avvincere il mio amato che mi dà pena.

Sono dodici giorni, ahimè, che non viene,

e neanche sa se siamo vive o morte,

né bussa alla mia porta, l’indegno. Di certo Amore

e Afrodite hanno portato altrove il suo volubile cuore.

Domani andrò alla palestra di Timageto,

per vederlo, e gli rinfaccerò come mi tratta.

Ma ora con sacrifici voglio avvincerlo. Luna,

rifulgi bellamente: a te, o dea, volgerò il mio sommesso canto,

e a Ecate sotterranea, che atterrisce anche i cani,

quando avanza fra le tombe dei morti e il nero sangue.

Salve, tremenda Ecate; fino alla fine siimi compagna

nel preparare questi filtri, degni dei filtri di Circe,

o di Medea o della bionda Perimeda.

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Farina d’orzo anzitutto è consumata nel fuoco; su, spargila,

Testili. Sciagurata, dove te ne sei volata con la mente?

Dunque anche per te, maledetta, sono oggetto di spasso?

Spargila, e insieme di’: «Io spargo le ossa di Delfi».

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Delfi mi ha dato tormento: io per Delfi brucio

l’alloro. E come l’alloro crepita forte, bruciando,

e subitamente divampa, e non se ne vede neanche la cenere,

così anche Delfi nella fiamma le sue carni distrugga.

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Ora offro la crusca. Tu, Artemide, anche l’adamante

dell’Ade smuoveresti, e se altro c’è di più saldo.

Testili, le cagne latrano per la città;

la dea è nei trivii; presto, fa’ risuonare il bronzo.

Torquilla, attira tu nella mia casa quell’uomo.

Ecco, tace il mare, tacciono i venti,

ma non tace la mia pena dentro il mio cuore;

tutta ardo per lui, che di me misera

ha fatto una donna perduta, non più vergine, invece che sposa.

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Come questa cera io struggo con il favore della dea,

così si strugga d’amore all’istante Delfi di Mindo.

E come gira vorticosamente questo rombo di bronzo a opera di Afrodite,

così quello si aggiri presso la mia porta.

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Tre volte io libo, e tre volte, o veneranda, pronuncio queste parole:

che sia una donna a giacere al suo fianco, o sia anche un uomo,

egli tanto ne abbia di oblio, quanto dicono ne abbia avuto Teseo

un giorno a Dia per Arianna dai riccioli belli.

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Ippomane è una pianta d’Arcadia: per essa tutte

le puledre sui monti infuriano, e le veloci cavalle.

Così possa vedere anche Delfi, ed entri egli in questa casa

simile ad un folle, fuori dalla nitida palestra.

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Delfi ha perduto questa frangia del suo mantello,

ed io ora la sfilaccio e la getto nel fuoco selvaggio.

Ahimè, Amore tormentoso, perché nero sangue dal mio corpo

hai tutto bevuto, attaccandoti come palustre sanguisuga?

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Pesterò una salamandra e domani gli porterò un beveraggio funesto.

Ma ora, Testili, prendi queste erbe magiche e impastale

sopra la sua soglia, fintanto che è ancora notte,

………………………………………………

e di’ bisbigliando: «Impasto le ossa di Delfi».

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Ora che sono sola, donde piangerò il mio amore?

Da che cominciare? Chi mi portò questo malanno?

Andò canefora al bosco di Artemide la figlia di Eubulo,

la nostra Anaxò; in onore della dea quel giorno molte fiere

erano condotte in processione tutto attorno, e tra loro una leonessa.

Apprendi, veneranda Luna, donde venne il mio amore.

La nutrice tracia di Teumarida, buonanima,

che abitava porta a porta con me, mi pregò e mi supplicò

di andare a vedere la processione; e io, sventuratissima,

l’accompagnai, indossando una bella tunica di bisso,

e ravvolta nel mantello di Clearista.

Apprendi, veneranda Luna, donde venne il mio amore.

Ero già a metà della strada, dov’è la dimora di Licone,

quando vidi Delfi, e insieme con lui Eudamippo, che camminavano.

La barba l’avevano più bionda dell’elicriso,

e i loro petti rifulgevano molto più di te, o Luna,

perché avevano appena lasciato la bella fatica della palestra.

Apprendi, veneranda Luna, donde venne il mio amore.

Come lo vidi, all’istante impazzii, e di me misera il cuore

fu lacerato. La bellezza svanì, e di quella processione

non m’importò più nulla, né so come a casa

sia ritornata; ma un ardente morbo mi devastava,

e giacevo nel letto per dieci giorni e dieci notti.

Apprendi, veneranda Luna, donde venne il mio amore.

E spesso il mio corpo diventava del colore del tapso,

e dal capo mi cadevano tutti i capelli; non mi rimanevano

ormai più che la pelle e le ossa. E da chi non andai,

la casa di quale vecchia trascurai, che facesse incantesimi?

Ma nulla era di sollievo, e il tempo passava veloce.

Apprendi, veneranda Luna, donde venne il mio amore.

E così alla schiava feci questo aperto discorso:

«Su, Testili, trovami un rimedio al malanno che m’opprime;

il Mindio tutta mi possiede, misera! Va’ dunque,

e tienilo d’occhio alla palestra di Timageto:

è quello il posto che frequenta, là gli è caro intrattenersi».

Apprendi, veneranda Luna, donde venne il mio amore.

«E quando ti accorgi che è solo, fagli un cenno discreto,

e digli: “Simeta ti chiama”, e conducilo qui».

Così dissi, ed essa andò e condusse nella mia casa

Delfi dal corpo splendente; e io come lo sentii

che oltrepassava la soglia della porta con passo leggero,

apprendi, veneranda Luna, donde venne il mio amore,

tutta gelai più della neve, e dalla fronte

il sudore mi scorreva copioso, simile a molle rugiada,

né riuscivo a proferir parola, nemmeno quanto balbettano

i bambini nel sonno, chiamando la mamma,

ma mi irrigidii nel bel corpo come fossi una bambola.

Apprendi, veneranda Luna, donde venne il mio amore.

E dopo avermi guardata, il senz’amore, tenendo gli occhi piantati

per terra, si sedette sul letto, e stando così seduto disse:

«Davvero, o Simeta, di tanto mi hai preceduto, quanto io stesso

di recente ho preceduto nella corsa il bel Filino,

chiamandomi a questa tua casa prima che venissi io.

Apprendi, veneranda Luna, donde venne il mio amore.

Sarei venuto io, sì, per il dolce Amore, sarei venuto,

con due o tre amici, sul far della notte,

portando nel mantello pomi di Dioniso,

inghirlandato il capo di pioppo, pianta sacra di Eracle,

da ogni parte intrecciato con bende purpuree.

Apprendi, veneranda Luna, donde venne il mio amore.

E se mi aveste accolto, sarebbe stato piacevole, ché fine

e gentile sono stimato tra tutti i giovani;

e mi sarei contentato anche solo di baciare la tua bella bocca;

ma se mi aveste respinto, sbarrando la porta con il paletto,

scuri e fiaccole senza meno si sarebbero levate contro di voi.

Apprendi, veneranda Luna, donde venne il mio amore.

Ma ora dico di dovere riconoscenza anzitutto per Cipride,

e dopo Cipride, tu per seconda mi hai tratto nel fuoco,

o donna, chiamandomi a questo tuo tetto,

così semiarso. Davvero Amore accende una fiamma,

sovente, più temibile di Efesto Lipareo,

apprendi, veneranda Luna, donde venne il mio amore,

e con funeste follie la vergine allontana

dal talamo, e la sposa, che abbandona il letto ancora caldo

del marito». Così disse, e io, pronta a credergli,

gli presi la mano, e lo feci adagiare sul morbido letto,

e subito il corpo, al contatto con il corpo, si scaldava, e i volti

erano sempre più accesi, e sussurravamo dolcemente.

Per non farti lunghi discorsi, cara Luna,

si fece proprio il massimo, e raggiungemmo entrambi il nostro piacere.

E fino a ieri non ebbe a rimproverarmi alcunché,

né io a lui. Ma è venuta oggi da me la madre

di Filista, la nostra suonatrice di flauto, e di Melixò,

nell’ora in cui correvano i cavalli verso il cielo,

portando su dall’Oceano la rosea Aurora;

e tra molte altre cose mi ha detto che Delfi è innamorato.

Se questa volta lo tiene amore di donna, o anche di uomo,

diceva di non sapere precisamente, ma questo soltanto: più volte libava

vino puro all’Amore, e infine se ne andò in fretta,

e diceva di aver adornato di ghirlande quella casa.

Questo mi raccontava l’ospite, ed è veritiera:

in altri tempi tre o quattro volte al giorno veniva da me,

e lasciava spesso a casa mia la dorica ampolla;

ora sono dodici giorni che neppure l’ho visto.

Non avrà qualche altro diletto, e si è dimenticato di me?

Ora voglio avvincerlo con filtri; e se continua

a darmi pena, sì per le Moire, busserà alle porte di Ade;

tali funesti veleni posso dire di serbare per lui nella cesta,

avendoli appresi, o Signora, da un forestiero assiro.

Ma tu volgi lieta i tuoi destrieri verso l’Oceano,

o veneranda, e io sopporterò la mia pena così come l’ebbi.

Addio, Luna dal trono lucente, addio, voi altre

stelle, che fate corteggio al carro della Notte silente.

Sembra davvero di stare accanto a questa maga improvvisata; ogni volta che leggo questo idillio mi sento partecipe della sua disperazione e, anche, del suo incantesimo. Farina d'orzo, alloro, crusca sono solo alcuni degli ingredienti impiegati nel suo rituale e io trovo che sia semplicemente affascinante poter buttare un occhio nella dispensa magica di una donna del III secolo a.C.

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