Recensioni pericolose: Le luci di Atlantide

Buongiorno a tutti, lettrici e lettori!
Il romanzo di cui ho intenzione di parlare oggi è "Le luci di Atlantide" di Marion Zimmer Bradley, il primo del ciclo di Avalon (culminante nell'opera "Le nebbie di Avalon", forse la più celebre della serie e da me recensita qui).
La cosa che amo di più in questa autrice è la spiccata sensibilità per la spiritualità che emerge dalle sue opere, che si caratterizzano così come fantasy molto profondi, capaci di sfruttare appieno le potenzialità del genere. Qui la magia non è mai un mero espediente narrativo o un effetto speciale, ma una forma di pensiero, una sensibilità particolare nel rapportarsi con il mondo. Sono convinta che Marion Zimmer Bradley abbia saputo fare propria la spiritualità tipica della cultura celtica e l'abbia trasmessa bene nei romanzi del ciclo di Avalon, che proprio questa cultura si incaricano di riportare alla luce nella forma drammatizzata dell'opera letteraria.
"Le luci di Atlantide" si differenzia un po' dai romanzi successivi del ciclo, ambientati in un'Inghilterra dai precisi riferimenti storici. Qui l'ambientazione è del tutto fantastica, per quanto si rifaccia al celebre mito della città inabissata di Atlantide (mito che ebbe anche un rimaneggiamento in ambito celtico). L'elemento fantasy è dunque molto più forte qui che nei romanzi successivi, che tuttavia da quest'opera traggono le proprie premesse. Certo, ogni libro è fruibile autonomamente, ma è anche una tessera importante di un mosaico che, nel suo complesso, risulta ben più ampio e variegato.
Nella Città del Serpente Ricurvo è in corso una guerra intestina tra i sacerdoti Rajasta, Micon e Riveda, attorno ai quali gravitano le figure delle figlie del Guardiano del Tempio, Deoris e Domaris. Una lotta tra bene e male, tra Luce e Tenebre che è, in realtà, un percorso di conoscenza. Perché anche il buio può insegnare qualcosa.
Uno scalpiccio di sandali sul pavimento di pietra distolse l'attenzione di Rajasta, Sacerdote della Luce, dalla pergamena srotolata sulle sue ginocchia. Di solito a quell'ora la biblioteca del Tempio era deserta, e Rajasta aveva finito per considerare un suo personale privilegio poter studiare lì ogni giorno indisturbato. Corrugò appena la fronte – non d'irritazione, che la collera non gli era concessa –, ma in segno di fastidio per il disturbo arrecato alla sua concentrazione.
Questo l'incipit del romanzo, da cui emerge la prosa semplice e lineare. Una curiosità che mi sono divertita a riconoscere sta nei nomi dei personaggi. Rajasta può essere accostato alla radice sanscrita per "re", mentre Riveda a quella di "sapienza" nella stessa lingua. Una piccola sciocchezza che magari non vuol dire nulla, ma mi ha fatto pensare.
Buona lettura! ;)

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