Di paura e di violenza, le storie che non vorremmo raccontare

Ci sono storie che non vorrei che ci fosse bisogno di raccontare. Perché sono storie di paura e di violenza, e non di quella paura e di quella violenza che vedi al cinema al prezzo di un biglietto più consumazione. Sono storie di donne che, per colpa di un uomo, perdono la vita. oppure vengono sfigurate, oppure finiscono periodicamente all'ospedale. O vivono nel terrore, vittime di una violenza psicologica che non si può nemmeno denunciare.

Alcune di queste storie commuovono e indignano l'opinione pubblica. Altre passano in sordina, perché chi ha voglia di guardare il telegiornale in vacanza, e l'ennesimo femminicidio scorre nella bacheca di Facebook tra il selfie di una compagna delle medie e la foto del gattino del vicino. Che gente, ma questi da dove saltano fuori, e ormai la notizia è passata, dimenticata in mezzo a un mare di altre, forse la prossima volta gli algoritmi del social network decideranno che per me questi link non sono poi tanto rilevanti e non mi appariranno neanche più nella home.
Io credo che del femminicidio sia necessario parlare. Ma senza facilonerie da "tanto a me non capiterà mai". Perché il problema è che queste sono storie che capitano.

Le relazioni malsane sono caratterizzate da atteggiamenti della cui natura abusiva spesso le donne non sono consapevoli. La violenza psicologica (insulti, denigrazioni, tradimenti, controllo) è più difficilmente smascherabile della violenza fisica, ma ne è la premessa: il più delle volte la violenza fisica interviene solo quando la donna resiste alla violenza psicologica. Il fatto che la violenza fisica lasci delle tracce la rende identificabile e perseguibile a livello penale, ma la radice del male sta a livello psicologico: le conseguenze visibili ne costituiscono solo la corrotta florescenza.
La violenza psicologica ha confini imprecisi. Così imprecisi che le stesse persone che la subiscono si convincono (o, più spesso, vengono convinte dal proprio aggressore) che si tratti di normalità. Chiunque può dire le parole sbagliate durante un litigio. Ma se questo significa usare l'umiliazione per dominare la vita altrui si è fatto il primo passo verso la violenza.

I comportamenti tipici della violenza psicologica sono: controllo, isolamento, gelosia, critiche e umiliazioni, indifferenza alle richieste affettive, minacce (anche autolesionistiche, come di suicidio), molestie dopo una separazione. Si tratta dell'estremizzazione di atteggiamenti che chiunque ha vissuto nell'ambito di una litigata di coppia. La violenza psicologica è liminare con la normalità, ma bisogna stare attenti ai segnali, perché quando si trasforma in violenza fisica spesso è già troppo tardi.
Approfittare delle debolezze del partner per mantenere il proprio dominio è violenza. Accrescere se stessi sull'umiliazione del partner è violenza. Concepire la relazione come il luogo del potere è violenza.

Gli studi di Lenore Walker hanno individuato un ciclo della violenza distinto in quattro fasi:
1. Tensione. L'uomo accumula violenza attribuendo a determinati atteggiamenti della donna il proprio stress. La donna si sente responsabile e rinuncia ai propri desideri per accontentare il compagno.
2. Attacco. Urla, insulti, minacce; nelle fasi più avanzate anche violenza fisica. Per l'uomo questo scoppio di violenza è un sollievo, mentre la donna prova tristezza e impotenza. L'influenza psicologica la porta alla sottomissione (del resto una reazione aggressiva non farebbe che peggiorare la situazione).
3. Difesa. L'uomo si riavvicina alla vittima e adduce varie giustificazioni per il proprio comportamento. L'uomo è sincero e promette cambiamenti per il futuro.
4. Latenza. L'uomo si mostra attento, premuroso, perfino innamorato. L'idea di perdere la compagna (cioè l'oggetto del proprio potere) terrorizza il partner violento, che quindi è sincero in queste sue manifestazioni. Queste alimentano le speranze della donna, che è così stimolata a restare accanto al partner, a legarsi maggiormente al proprio aguzzino e ad aumentare la propria soglia di tolleranza.

Il ciclo si ripete in una spirale che con il tempo accelera e aumenta d'intensità: in questo modo la violenza si introduce nella normalità della vita di coppia. La paura dell'abbandono è il collante di questo meccanismo, sia per l'uomo che per la donna.

Un altro schema di violenza è rappresentato dalla cosiddetta violenza perversa: costante e insidiosa, si radica nell'utilità che l'uomo trae dalla propria compagna. Il partner aggressivo perverso esercita piccole e continue aggressioni verbali e diventa amabile solo nel caso in cui la donna gli serva, per il denaro o magari per le sue competenze. Nella speranza di ottenere pace la donna diventa arrendevole sotto questo punto di vista, ma poi gli attacchi si moltiplicano senza nessuna ragione specifica. Questo processo è molto pericoloso perché si insinua nella mente della vittima fino a portarla all'autodistruzione, anche dopo l'allontanamento dall'uomo violento.
Quale che sia lo schema delle violenze, queste vengono accettate perché, nella fase iniziale, si confondono con atteggiamenti tipici delle coppie normali; ogni successivo gradino nella scala della violenza viene giustificato con la contiguità con il precedente, fino a che la vittima non può più rendersi conto di trovarsi a una vertiginosa distanza dalla normalità. L'abitudine annulla lo spirito critico e la fiducia della donna in se stessa. Lo stato di ansia e confusione che la donna prova la fanno sentire sempre meno capace di decidere e di individuare un problema nel comportamento del partner.

La situazione in Italia è aggravata dal fatto che le dinamiche di una relazione sbilanciata in favore del maschio fino a poco tempo fa erano tutelate dalla legge e garantite dalla Costituzione. Basti pensare che l’uguaglianza dei due coniugi, corollario dell’articolo 3 della Costituzione, in Italia è stata riconosciuta solo con la legge di riforma del diritto di famiglia n. 151 del 1975. Il reato di stalking, disciplinato all'articolo 612 bis del Codice Penale, è diventato tale solo nel 2009.

Le vittime della violenza di coppia non sono stupide o ignoranti. Può capitare a chiunque, indipendentemente dal grado di istruzione o dall'intelligenza. Lo dimostrano le cronache: le vittime di di femminicidio (brutta, bruttissima parola, ma da usare finché non esisterà più questo brutto bruttissimo problema), basti guardare solo quelle di questo 2016, ricoprivano incarichi lavorativi disparati, abitavano chi al nord, chi al centro, chi al sud, avevano origini diverse.
Nessuna donna può sentirsi chiamata fuori a priori da questo problema. Così come nessun uomo. Ognuno di noi, di fronte a certe cronache agghiaccianti, ha il dovere di non assuefarsi, ma, piuttosto, di interrogarsi. La cronaca offre uno specchio in cui vedere che cosa arriviamo a subire in una relazione, che cosa arriviamo a fare. Vietato distogliere lo sguardo. Vietato non riconoscersi nell'immagine riflessa.

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