Recensioni pericolose: La vita a rovescio

Buongiorno a tutti, lettrici e lettori!
Il romanzo che recensirò oggi è uscito da qualche mese per i tipi di Giunti: "La vita a rovescio" di Simona Baldelli. Avevo già letto gli anni scorsi i due precedenti romanzi di quest'autrice, "Evelina e le fate" e "Il tempo bambino", e la conoscevo come una penna attenta, delicata, molto femminile. Mi aveva colpito la sua rara capacità di saper donare ad ogni scorcio di pagina una parola o un'espressione del tutto nuova, sorprendente. La narrativa firmata Baldelli insegna sguardi inediti sul mondo, e questa è una delle missioni più importanti della narrativa.
Per queste ragioni quando ho adocchiato "La vita a rovescio" in libreria ho pensato di andare sul sicuro. Il tema, l'omosessualità, è uno dei più caldi in questo periodo; da una parte temevo che fosse un po' scontato, ma dall'altra avevo fiducia nella capacità dell'autrice di offrire una visione originale, al di là di ogni retorica.
Non mi sbagliavo.
Si tratta di un romanzo storico, ambientato nell'Italia del XVIII secolo. La vicenda è quella (reale) di Caterina Vizzani, una donna fatalmente innamorata di un'altra donna, Margherita (dell'originale e delle seguenti incarnazioni). Caterina si trasforma in Giovanni Bordoni e, nelle vesti di un uomo, può entrare a buon diritto nelle fila dei padroni del mondo. Comincia una carriera sfolgorante che da stalliere lo porta nel tempo di pochi anni ad essere amministratore di una cittadina; una vita difficile, fatta di ambizioni e lotte, in cui tutte le disgrazie hanno il nome del suo amore per sempre perduto. L'amore delle donne e l'amore per le donne è la maledizione ricorrente nella brevissima vita di Caterina/Giovanni; perché sarà anche vero che il mondo appartiene agli uomini, ma solo se le donne lo permettono. In un modo o nell'altro sono sempre le donne a fornire a Caterina/Giovanni l'aiuto di cui ha bisogno, come sono sempre le donne a tirarlo a fondo quando oltrepassa il limite.
Se Caterina sognava un mondo in cui non ci fossero normali e diversi, al contrario Giovanni, al culmine della sua carriera, è così pago della normalità conquistata con tanta fatica da iniziare a sua volta a opprimere i diversi e negare possibilità alle donne. Perché continuare a lottare per i diversi, quando ormai si è considerati normali? Credo che questo sia il punto centrale su cui fa riflettere la storia di Caterina/Giovanni così come l'ha raccontata la Baldelli. Un pericolo, una domanda con cui oggi più che mai siamo chiamati a confrontarci. E questa storia ambientata nel Settecento diventa così di profonda attualità.
Il confine tra normale e diverso sta solo in quello che siamo disposti a vedere. Ma chi è finalmente giudicato normale non sarà più disposto a vedere la diversità in se stesso e ad accettarla negli altri. Allora, più che lottare per la normalità, non sarebbe meglio recuperare il sogno di Caterina e lottare per la diversità? La diversità è dappertutto, basta solo volerla vedere, basta non volerla nascondere sotto il nome di "normalità" per accettarla.
Solo in punto di morte Caterina si riappacifica con la propria natura femminile e vede ciò che tutte le donne della sua vita le hanno sempre mostrato in silenzio. Sceglie allora di morire come Caterina la fanciulla e non come Giovanni l'uomo in carriera.
I panni di uomo per affrontare la vita, quelli di donna per affrontare la morte.

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