Recensioni pericolose: Borderlife

Buongiorno a tutti!
Con il romanzo di oggi usciamo dalla solita rassicurante costellazione di autori italiani e americani per sperimentare una lingua e una sensibilità diversa. "Borderlife" è la terza opera dell'autrice israeliana Dorit Rabinyan e ha ottenuto un clamoroso successo mondiale soprattutto dopo essere stata bandita dalle letture ammesse nelle scuole superiori in Israele. La sua colpa? Raccontare, in una New York in cui tutto è possibile, la storia d'amore impossibile tra un'israeliana e un palestinese.
Una storia in sé molto semplice e intima: è nell'interiorità di Liat e Hilmi, i due giovani protagonisti, che si combatte il conflitto, così simile ai conflitti che tormentano qualsiasi giovane coppia troppo innamorata. Ma la loro storia diventa paradigma del conflitto tra due popoli, e qui esplode il caso mediatico.
Quella di Dorit Rabinyan è una voce lirica, sensuale, delicata e profonda nello stesso tempo. In queste pagine c'è tutta la bellezza e tutta la bruttura dell'amore, nelle eque proporzioni in cui le offre la vita vera. L'incanto dell'innamoramento cede il passo al cieco rifiuto della diversità dell'altro, tanto più cieco quanto più è avvincente l'incanto. L'amore tra Liat e Hilmi è una vicenda universale, che trascende il conflitto politico: perché l'altro è sempre l'altro, il diverso da noi, e questa distanza resta irriducibile nonostante l'amore.
E per questo, forse, ogni amore vero è a modo suo un amore impossibile.
Un romanzo capace di toccare chiunque, quindi. Se c'è un difetto, però, a mio parere questo deve essere ravvisato nella lunghezza: trecentosettanta pagine sono tante per raccontare solo e unicamente dell'incontro, dello scontro e della separazione tra due anime. Trecentosettanta pagine, certo, intrise di lirismo e meraviglia. Una lettura lenta, placida ma intensa, un viaggio che si prende tutto il suo tempo per tessere la propria melodia struggente.
In definitiva quello che mi è piaciuto, in questo romanzo, è la capacità di raccontare l'amore. Al di là del conflitto tra israeliani e palestinesi: la storia avrebbe avuto la stessa intensità se Liat fosse stata peruviana e Hilmi francese. Solo, i giornali non ne avrebbero parlato così tanto, forse l'opera non sarebbe mai stata tradotta e nessuno, fuori dai confini di Israele, avrebbe avuto la possibilità di leggerla.

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