Bianco come le montagne

Due bambine e il sogno di un passato, di un mondo per sempre perduti...

“Ho fatto un sogno strano.”
“Fammi indovinare. Un altro di quelli in cui tutti ti inseguono e tu devi scappare. Solo tu sai come fai ad avere ancora paura la centesima volta che fai lo stesso incubo. Domani dico alla mamma che mi hai svegliato per una scemenza, così hai paura per qualcosa.”
“Non c’entra, stavolta.”
“Pff.”
“Non faceva neanche paura.”
“E mi hai svegliata solo per dirmelo?”
“Vuoi sentirla o no?”
“Sentiamo.”
“Ti ricordi quel rifugio sulle Dolomiti dove andavamo sempre con gli zii e il nonno?”
“Certo che me lo ricordo. Quello dove prendevamo sempre la polenta. Ti ricordi quella volta che il nonno ci ha fatto assaggiare la birra? Tu dicevi che ti girava la testa ma te l’eri inventato, avevi bevuto solo un sorso!”
“Mi girava davvero!”
“Non è possibile.”
“Sei insopportabile!”
“Ssssh! Non strillare, o svegli la mamma.”
“Comunque, stavo dicendo del rifugio. Ecco, nel sogno c’era quel posto lì, solo che non c’erano né gli zii né i nonni, e a dire il vero non c’era neanche il rifugio.”
“Che scemenza. Che cosa c’era, allora?”
“Le montagne, no? Strette e bianche, senza più alberi perché è troppo alto. La cascata con il torrente. E il sentiero pieno di sassi che va giù verso la valle. Ecco, per quel sentiero scendeva una regina delle fate con il suo popolo di fate. Stavano scappando da qualcosa, un’invasione di nemici le aveva scacciate dalla montagna e loro migravano alla ricerca di una nuova casa.”
“Come accidenti è fatta una regina delle fate?”
“Un po’ più bassa delle persone normali. Magrolina, ma non troppo. Doveva essere regina da molti anni, perché aveva i capelli bianchi, chiusi in una crocchia, e gli occhi antichi. Il suo vestito era di foglie e fiori e si appoggiava a un bastone.”
“Io non me le immagino così, le fate.”
“Vuoi stare a sentire o no? La regina conduce il suo popolo fino a una piccola valle e lì si accampano perché il tramonto era vicino. Le fate si siedono per riposare, ma all’improvviso qualcuna lancia un grido: c’è un uomo che le spia da dietro una piccola altura. E sai chi era quell’uomo?”
“Ovviamente no.”
“Ti ricordi Stefano, il marito della signora Bianca, quella che abitava nella valle e incontravamo tutti gli anni?”
“Mi ricordo che era vecchissimo, con i capelli di lana, è morto qualche anno fa.”
“Nel mio sogno, però, era giovane. Avrà avuto trent’anni e si vedeva che era forte. Portava le maniche della camicia rimboccate sui gomiti e un cappello sulla testa. Comunque, Stefano spia le fate da dietro l’altura e le fate si spaventano, hanno paura che voglia far loro del male. La regina, allora, gli si avvicina, pronta a trattare la pace. Ma quando lo raggiunge le sembra che l’uomo non sia armato, non porta neanche un bastone. Lui le sorride e le porge una rosa coi petali chiari. ‘Aspettavo da tanto il tuo ritorno’ le dice. ‘Tieni questa rosa: è del mio giardino.’ La regina delle fate è stupita, perché non conosceva quest’uomo. Stefano comprende il suo stupore senza bisogno che lei dica una parola. ‘Era cinque anni fa, durante la guerra. Ero scappato sulla montagna con i miei compagni, con un drappello di tedeschi che ci inseguiva. Era notte e dopo essere saliti un po’ ci siamo fermati. Eravamo stanchi e non sapevamo più dove andare; ormai eravamo rassegnati a farci catturare. Ma poi tra le rocce abbiamo visto una luce. I miei compagni avevano paura, pensavano che fossero già i tedeschi. Io mi sono avvicinato per controllare e allora vi ho viste. C’erano alcune fate, una decina, e tu eri nel mezzo. Avete cominciato a cantare con voce sottile e, insieme al vostro canto, si è alzata una nebbia che ha avvolto tutta la montagna. Così i tedeschi non sono riusciti a trovarci e sono tornati indietro. Tu non lo sai, ma quel giorno hai salvato la mia vita e quella dei miei compagni. Quando è finita la guerra ho preso casa appena qui sotto, nella valle, e ho piantato in giardino un cespuglio di rose. Volevo farle diventare bellissime e poi portartele. Ma ogni volta che sono tornato sulla montagna per cercarvi non sono più riuscito a trovarvi. Per tutti questi anni ho coltivato le rose, nella speranza di riuscire a rivederti. Ma non sempre il tempo e le stagioni sono stati buoni, e questa primavera la maggior parte delle mie rose erano tutte morte. Stasera ho sentito che qualcosa era cambiato e vi ho viste discendere la montagna. Allora ho preso l’ultima rosa rimasta e sono corso qui per portartela.’ La regina prende la rosa, è contenta. Fa un gesto, e l’uomo capisce che deve portarla nel suo giardino, che non è molto lontano. Ci arrivano quando il sole ormai è quasi tramontato del tutto e il cielo tra le montagne è rosa e blu. I cespugli di Stefano sono tutti secchi, con rametti rigidi e foglie morte. Ma la regina delle fate si inginocchia, mormora una parola e sotto le sue dita le rose rifioriscono, tutte quante. Poi si gira verso l’uomo e gli prende la mano. ‘D’ora in poi queste rose fioriranno ogni anno, per una notte. Sbocceranno al tramonto e appassiranno all’alba, ma per una notte potrai vedere i loro colori.’ Stefano balbetta un grazie, gli viene quasi da commuoversi. La regina delle fate si alza sulle punte e gli posa un bacio sulla fronte...”
“E dopo? Dopo che cosa succede?”
“Dopo mi sono svegliata.”
“Ma come!”
“Eri tu che russavi.”
“Io non russo!”
“Sì che russi!”
“Ssssh! Fai piano o svegli la mamma.”
“...”
“...”
“Ma quindi dici che erano rose quelle che Stefano aveva in giardino?”
“E che ne so io? Sei tu che hai fatto il sogno. C’era qualcosa in giardino, ma non mi pare di aver mai visto dei fiori tra i cespugli. Te lo sarai inventato tu.”
“Ma se fioriscono solo una notte all’anno...”
“I fiori non fioriscono di notte.”
“Quelli della regina delle fate sì!”
“Sei proprio una bambina. Quello era un sogno.”
“Sei solo invidiosa perché io ho sognato la regina delle fate e tu no!”
“Ssssh! Quante volte ti devo dire di fare piano? E ora dormi, che domani c’è scuola.”

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