Femminicidio, che brutta parola

I fatti di cronaca di questi ultimi giorni mi fanno paura. Mi fa paura vedere in tv le foto di una ragazza sorridente mentre l'annunciatrice del tg spiega che è stata uccisa e bruciata dal fidanzato. Mi fa paura sentire di una maestra uccisa perché l'ex non si era rassegnato ad essere ex. Mi fa paura leggere di un uomo accusato di aver ucciso e fatto sparire il corpo dell'ex moglie. E tante, tante altre storie come queste.
Così tante che da qualche anno si è pensato di inventare una nuova parola per riferirsi al fenomeno, "femminicidio". Una parola molto brutta, in realtà. Ma, bella o brutta che suoni alle orecchie dei parlanti italiano, questa parola significa qualcosa. Significa che, anche a livello linguistico, nella nostra mente è stato identificato uno schema che distingue questi casi dagli altri omicidi.
Il conflitto tra uomo e donna, maschile e femminile, è forse il primo e più radicale tra tutti i conflitti umani. Ma è un conflitto che, a quanto pare, una parte più dell'altra fa fatica a gestire.
Uomini che non sopportano un no. Uomini che non sopportano di stare con una donna più brillante di loro. O che guadagna di più. O che pensa con la sua testa.
L'omicidio, o la violenza fisica, è solo l'ultimo passo. Quello contro il quale possono intervenire le autorità, certo. Quello che si può denunciare. Ma quando accade è già troppo tardi.
Il problema sta a monte. Prima che l'uomo alzi le mani, o peggio, il coltello o qualche altro strumento di morte. Prima di tutto questo c'è la violenza psicologica, subdola perché pericolosamente confinante con le normali dinamiche di coppia. Confinante, ma non identica. Perché le umiliazioni, prima che fisiche, possono arrivare con le parole. O anche con i silenzi, con il rifiuto di ascoltare. Con il controllo. Con la prepotenza e l'arroganza.
Cercare di sottomettere fisicamente una donna è solo l'ultimo passo di chi non è riuscito a sottometterla psicologicamente.
Perché non ci siano altre Sara, altre Federica, altre Alessandra, altre Debora e nessun'altra delle 58 donne che quest'anno sono già state assassinate da partner o ex partner, bisogna che tutti, uomini e donne, sappiano. Sappiano che il controllo, l'umiliazione, la prepotenza non sono amore. Che la violenza fisica non è un fulmine a ciel sereno. La dominazione non può essere la base di nessun rapporto sano, di nessuna felicità, di nessuna realizzazione personale. Per millenni è stata considerata normale. La dominazione e la sottomissione della donna erano il fondamento di qualsiasi famiglia in qualsiasi società di stampo patriarcale. Ma chiunque voglia impedire che questo sia anche il fondamento della società del futuro forse dovrebbe cominciare a dire no. No prima delle botte e degli occhi neri.
No alla sottomissione. Sì alla dignità.
Femminicidio è proprio una brutta parola. Ma, finché servirà a indicare qualcosa che è, continuerà a comparire nei titoli dei giornali.
C'è solo un modo per farla sparire.
Che nessun femminicidio venga mai più commesso.

Sulle violenze contro le donne, e in particolare sulla violenza psicologica, consiglio la lettura di "Sottomesse", di Marie-France Hirigoyen.

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