Stasera cucino io

Un breve racconto che vuole guardare da un'angolatura inedita un tema molto chiacchierato: le violenze domestiche.

Stasera cucino io. Gliel’ho promesso, alla Jessica. Le ho detto, fai con calma, prenditi il pomeriggio e comprati la felpa che volevi, che alla cena ci penso io. Sì, insomma, volevo dire i jeans. È uguale, basta che sia quello che volevi. E che magari non costi l’ira di Dio. No, non ricomincio, giuro.
Per prima cosa le faccio un sugo di quelli che poi devi leccare anche il fondo della pentola. Con le olive, perché lei adora le olive. Ho preso quelle di Gaeta, ho letto su internet che sono le migliori.
Lei non crede che io sia bravo coi fornelli. È capitato anche che me lo dicesse proprio in faccia, che quello che cucino io fa schifo. Ma poi l’ha capito, che questa è una di quelle cose che mi mandano in bestia come poche. Anche perché non è vero, con tutte le puntate di Master Chef che ho guardato potrei aprire un ristorante domani, io. Però la Jessica c’ha quel modo di impuntarsi sulle cose che solo lei, porca di quella... io le vedo le compagne dei miei amici, e loro non sono mica così. Sono tutte rispettose, lo stimano il loro fidanzato.
Apro la dispensa per controllare che pasta abbiamo. Secondo me noi siamo gli unici in Italia che in casa non tengono una scatola di spaghetti. Dovremo farci andare bene i fusilli.
L’altro giorno ne parlavo anche col Carlo. Ma l’amore è questo?, gli chiedevo. La Jessica sempre un po’ strafottente, mi fa anche il verso quando parlo, mi prende in giro. E se la sgrido diventa di un infantile da far paura. Il Carlo, però, non capisce questi problemi. Per lui dovrei essere contento che ho la fidanzata figa. Sì, è vero, son contento perché quando la porto alle feste fa sempre la sua bella figura, con quegli occhi che ha. Però le sta venendo un po’ il culone.
Mentre scaldo l’acqua penso al secondo. Ho preparato una pasta al vino che manda un profumo da acquolina in bocca. Che bella idea ha avuto mia mamma a regalarci il Bimby, lo scorso Natale.
Il problema a parlarne con la Jessica è che poi sembro io il cattivo. Piange, urla, lancia le cose. E l’ultima volta ha fatto tante di quelle scene per quel lividino che ha preteso di andare al pronto soccorso. Mi ha fatto sentire talmente in colpa, quella volta, che mentre andavo a riprenderla le ho perfino comprato una rosa dall’indiano al semaforo. Che vergogna, se ci ripenso. Però, al ritorno, in macchina, si è calmata. Sarà che in radio è passata la nostra canzone. Io ho alzato il volume. E, mentre la voce Beyoncé copriva anche il rumore della pioggia contro i vetri, lei ha allungato una mano verso la mia gamba. L’ha tenuta lì per tutto il viaggio, e mi ha fatto piacere.
La torta salata con prosciutto e formaggio le piacerà, sono sicuro. Stendo le fette di carne sottile sulla pasta al vino, ogni tanto butto un occhio al tg. Le solite notizie, di quella tizia scomparsa ancora nessuna traccia. Invece hanno ritrovato il ragazzino che era scappato di casa per non far vedere ai genitori la pagella, e la cosa mi fa sorridere. Mai avuto problemi a scuola, ma a scappare di casa ci pensavo spesso, alla sua età. Così, per provare un’avventura.
Controllo l’ora. Sette e venti. La Jessica sarà a casa tra poco. Se non ha esagerato come al solito. Ma stavolta le ho suggerito io di prendersi qualcosa di sfizioso, quindi non posso lamentarmi se si è persa per negozi. E poi l’ho vista, che mentre le dicevo che avrei cucinato avrebbe voluto prendermi in giro, ma si è morsa un labbro e non l’ha fatto. È un bel segno, credo che abbia fatto lo sforzo di venirmi incontro. Ho letto in un libro che, in cambio, anche io dovrei fare qualche sforzo per venirle incontro. E allora, mano sul cuore, stasera non le dico niente. Neanche se fa tardi.
Preriscaldo il forno, intanto. L’acqua per la pasta sta per bollire, ma forse è meglio abbassare un po’ il fuoco. I fusilli li butto quando lei arriva, non prima. Tanto cuociono in undici minuti.
Però domani ne riparliamo, del suo brutto modo di fare. L’ultima volta la discussione è rimasta sospesa perché lei ha montato su quel casino con la storia del sangue che le usciva dal naso. Che figura, chissà che avranno pensato i nostri amici lì alla festa. Io avevo chiuso la porta della camera per discutere in pace, ma la Jessica quando strilla ha un tono che scommetto che ci hanno sentiti tutti. Sì, domani glielo dico. Non può sempre farmi vergognare così.
Le sette e mezza passate. Il tg finisce, comincia quello regionale. Il citofono resta silenzioso. Io comincio ad apparecchiare. Metto la tovaglia rossa coi cuoricini. Per un attimo penso se tirare fuori i piatti del servizio buono, ma questa è davvero un’esagerazione, quelli di tutti i giorni vanno benissimo. Ah, e qui al centro della tavola lascio la Coca Cola con l’etichetta con su scritto “Dai un bacio al tuo Amore”. Così la Jessica vede che pensiero carino ho avuto oggi mentre ero al supermercato a fare la spesa. Ho anche avuto il dubbio se prenderla o no, la Coca Cola, perché lei è già nervosa così e non ha certo bisogno di altra caffeina. Ma l’etichetta era troppo carina, e allora l’ho presa lo stesso. E poi ho pensato che, forse, con gli antidolorifici che il dottore le ha detto di prendere è meglio non mescolare gli alcolici. Non ne sono sicuro, ma nel dubbio preferisco non rischiare.
Il suono breve del citofono. Eccola, è lei. Corro a premere il pulsante, poi torno al fornello, rialzo il fuoco e rovescio i fusilli nella pentola dell’acqua che bolle.
I passi sulle scale. La sento armeggiare con la borsa. Rumore di chiavi cadute sul pavimento. Rumore di chiavi girate nella serratura.
“Ciao, tesoro!”
Io sono già nell’ingresso, l’accolgo con un bacio di quelli che piacciono a lei. Lento, dolcissimo. Con anche un po’ di lingua.
La Jessica mi sorride. Ha gli occhi verdi accesi, mi piace quando è così.
“Che profumino!” mi fa, mentre si allontana da me per togliersi la giacca e posare la borsa.
La busta del negozio che ha in mano è bella voluminosa. Io ci lancio uno sguardo dentro. “Cosa hai preso di bello?”
Subito si incupisce, fa questa sua brutta faccia sulla difensiva. “Mi hai detto tu che dovevo prendere quello che mi piaceva. Lascio lo scontrino qui sulla mensola, poi pensaci tu a segnare le spese.”
“Non fare quella faccia, amore. Lo sai che non mi piaci, con le sopracciglia così.”
Distende la fronte. “Ho preso i jeans. E anche la felpa, c’era lo sconto. Del 30%.”
“Hai fatto bene. Me li fai vedere?”
La felpa è carina, rossa con una scritta bianca, di quelle un po’ sportive che piacciono a lei per andare al lavoro. Non so perché non le piaccia mettersi un po’ più elegante, ma finché non le dicono niente in ufficio va bene così. I jeans sono chiari. Mi schiarisco la gola. “Mi sembrano un po’ grandi. Sei sicura di aver preso la taglia giusta?”
La Jessica sbuffa. “Guarda che non sono scema, li ho provati. Tra quanto è pronto?”
Mi sorge il dubbio e cerco l’etichetta all’interno. Ho paura di guardare, ma non posso restare con ‘sto dubbio.
Eccola, la scritta maledetta, in mezzo agli altri numeri delle taglie internazionali. La rileggo più volte, ma non mi posso sbagliare. C’è scritto proprio EUR 46. Alzo la testa dai pantaloni e la vedo entrare in bagno. Non riesco a staccare gli occhi da quelle chiappe che si muovono.
Una 46, porca di quella. Sapevo che era ingrassata un po’, ma così! Il fatto è che è alta, e così uno non ci fa caso. Quasi un metro e ottanta di donna, la mia Jessica, ma non è un buon motivo per lasciarsi andare!
Piego i jeans e li rimetto nella loro busta. “Tre minuti ed è pronta la pasta!” annuncio, con la voce più calma che mi riesce.
Lei esce dal bagno con le mani ancora un po’ umide, si sistema una ciocca dietro l’orecchio. Io mi avvicino e gliela rimetto com’era prima, perché altrimenti si vede lo zigomo gonfio, anche con tutto il correttore e il fondotinta che ci ha messo su. Piega le labbra all’insù, il mio le è sembrato un gesto carino forse.
Di colpo mi abbraccia. Stringe il viso, dalla parte che non le fa male, contro il mio petto. “Grazie per stasera” mormora. Poi va in cucina.
Lo scontrino è lì, sulla mensola del soggiorno. Ma io corro dietro alla Jessica e le faccio cenno di sedersi, le aggiusto anche la sedia sotto alle chiappe taglia 46 mentre lo fa.
Non lo guardo, lo scontrino, non stasera. Perché già il suo tono non mi è piaciuto, e poi la cosa della taglia 46 dei jeans... Cosa mi ride in faccia, quella scema, quando le dico di andare in palestra? Mi prudono le mani, ma stasera no, l’ha detto quel libro, devo venirle incontro perché lei mi è venuta incontro. È questo l’amore, sennò non ha senso. Stasera la mia cena, i sorrisi, il nostro cd di Beyoncé e poi magari lei si mette pure un completino sexy. Per il suo tono, e quello scontrino, c’è tempo anche domani.

Tanto la Jessica non va da nessuna parte.

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