Fuga da Itaca

Il mito racconta di Ulisse e dei suoi viaggi. Ma cosa succederebbe se... adesso fosse Penelope a voler partire?

Ordinare la casa, pulire i vestiti. Oh, il tesorino è tornato, com’è andata con gli amici? Sì, io lo so che ormai sei grande, ma tu lo sai che per la mamma sarai sempre il tesorino? Pensare alla cena, che è quasi il tramonto. Chi ha lasciato lo sporco in ingresso?
Per una volta Telemaco è puntuale e si siede a tavola appena lo chiamo. Meno male, sennò la cena si fredda. Lui bofonchia un po’ per via della minestra. Ha ventitré anni e dei pettorali enormi, ma in questo è rimasto come quando era bambino.
Ho appena affondato il cucchiaio nel brodo quando entra in casa Ulisse. Sento i suoi passi pesanti nell’ingresso, il saluto generico che lancia a gran voce prima di spostare la sedia con un gesto brusco e di prendere il suo posto a tavola.
Non lo guardo in faccia. Non lo faccio più da anni, ormai.
Da quando è tornato a casa.
Sul momento credevo di impazzire per la gioia. Era tornato a prendere il suo posto nel letto di legno d’ulivo, accanto a me, dopo vent’anni in cui non avevo desiderato altro. Ma, si sa, possiamo desiderare solo ciò che è lontano. Qualunque cosa non sia più alla nostra portata appare per ciò stesso molto più desiderabile di quanto non sia in realtà.
Quando non c’era avevo nostalgia di lui, come se fossi stata una barca alla deriva che vede allontanarsi sempre più il suo porto. Era lui, il mio porto, il mio faro e il mio rifugio asciutto e salato.
Credevo che sarei morta nell’attesa. Ma non era possibile, perché era per attenderlo che vivevo.
Questo lo scoprii solo dopo, quando, un giorno, scesi in sala da pranzo e lo trovai lì. Cambiato quanto un uomo può cambiare in vent’anni. Grigio dove prima era nero, avvizzito e indurito dove prima era liscio e morbido. Ma era lui, il mio Ulisse.
Mi addormentai tra le sue braccia come se l’ultima volta fosse stata la notte prima. C’è un punto, in lui, tra spalla, collo e mento, che sembra fatto apposta perché io possa posarvi la testa.
Il giorno dopo cominciò a raccontare. E lì seppi. Anche quello che tacque.
Una donna innamorata sa riconoscere le patetiche bugie e i silenzi che servono solo a metterle in pace l’anima. E dopo vent’anni di attesa non volevo, o forse non potevo, ingannarmi bene come prima.
E così, tra storie di sirene mortali e ciclopi, mangiatori di loto e tempeste assassine, io seppi dei baci che la strega gli aveva strappato, e delle notti tra le braccia immortali della ninfa, e degli occhi neri e innocenti di una fanciulla più giovane di nostro figlio. Ulisse non pronunciò nessuna di queste parole, ma io le sentii forti e chiare come se me le avesse urlate nelle orecchie.
Scoprii tutti i suoi amori dal sapore di mare e, insieme, la mia totale indifferenza.
Non faceva neanche male.
Telemaco era entusiasta del racconto di suo padre. Gli fece raccontare le stesse storie più volte, chiese conferma di particolari che non era sicuro di aver capito. Io sorridevo. Sorrisi per tutto il tempo.
Ma, da allora, Ulisse (oh, ci pensate? Il mio Ulisse, l’uomo che ho aspettato per vent’anni tessendo una tela) non ha più avuto un mio sguardo dritto negli occhi.
Non ne abbiamo mai parlato. Non è importante parlare, dopo che si è perso ogni cosa.
Avrei voluto, più di tutto, che le sue braccia grandi e rassicuranti mi circondassero e mi proteggessero dal male che mi aveva fatto, dal vuoto che si allargava. Ma lui era tornato ad Itaca per ritrovare il suo nido, non per diventare il mio.
Sono passati tre anni dal giorno di quel ritorno, che è stato insieme la più grande felicità e la più grande delusione della mia vita.
Chissà, forse è sempre così che funziona. Forse, quando aspetti qualcosa per così tanto tempo, anche se poi la ottieni, non può che essere un’enorme delusione in confronto a quello che ti è cresciuto dentro nell’attesa. Ma allora sarebbe meglio non averle mai, le cose che si aspettano. Se avessi potuto crogiolarmi nella speranza fino a che i miei capelli non fossero stati tutti bianchi e il viso piegato di rughe, se il mio destino fosse stato di alzarmi ogni mattina con la sola compagnia delle mie fantasie e di cercarlo dalle finestre fino a sera, allora sì, credo che sarei stata più felice.
Meglio il suo fantasma della mia schiena girata verso di lui durante la notte.
Ma ora tutto questo è finito.
La cena termina in silenzio. Telemaco si alza e io non riesco a trattenermi dal raggiungerlo per schioccargli un bacio sulla guancia. Lui si ribella, non capisce cosa mi è preso. Niente, niente, tesoro. Vai pure nelle tue stanze, non ti preoccupare per la tua vecchia madre.
Ulisse si offre a mezza voce di aiutarmi a sistemare la sala da pranzo. Che cosa li abbiamo a fare, i servi, scusa? Comincia ad andare in camera, io ti raggiungo poi.
Guardo le sue grosse spalle curve (la mia fortezza di un tempo) che si allontanano.
Lui non sa niente. Non ha mai saputo niente, a dire il vero, quindi non è strano.
È già tutto pronto. Fuori mi aspetta un carretto carico con un cocchiere incappucciato. Non mi porto dietro tante cose. Qualche vestito, il mio pettine d’osso, poco altro. L’ancella che è venuta dal palazzo di mio padre quando mi sono sposata si è offerta di accompagnarmi. Le speranze e le delusioni ho deciso di lasciarle a casa. Non mi serviranno a niente, là fuori.
I servi mi salutano con un cenno del capo mentre indosso il mantello. La mia ancella ha un po’ di paura negli occhi, ma non si tira indietro.
Chissà se, per Ulisse, le notti in attesa saranno fredde quanto le mie. Ma io non gli farò mai il torto di tornare per costringerlo a sentire di nuovo l’odore del suo amore perduto, tanto più perduto quanto più vicino.
Addio, cuore mio. Non ti perdono.
Fuori dalle mura del palazzo la sera è fresca e sa di sale. Pietrosa Itaca, sento già le fitte di nostalgia per la tua terra secca e il profumo delle tamerici. Il carretto sobbalza scomodo sulla strada che conduce al porto. Accanto a me l’ancella si lamenta.
Il mare ringhia. Non c’è neanche la luna a salutare. Solo qualche stella che brucia nel cielo e schizza il nero dell’acqua dei suoi riflessi biancastri.
Salgo a bordo della nave senza voltarmi indietro. Ulisse, se non riesco a portare la mia anima via dal ricordo di quello che eravamo ci porterò il mio corpo. Via, via, più lontano che posso, verso rocce e case e lingue e vestiti che non oso nemmeno immaginare. Ci saranno anche per me città da abbattere, cavalli da costruire, templi da violare? O naufragherò contro il primo scoglio?
Non è importante, davvero. L’unica cosa che importa è il vento che ora, dalla prua della nave, mi graffia la faccia.

È venuto il mio momento di andare.

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